Barbablues

Ma no, la magia non esiste. Se esistesse potrei farti sparire, risolvere i problemi tuoi e quelli miei … che Boccetta me la deve far pagare per quella sera che gli ho rotto la testa con una bottiglia e Carlone, pettoruto mascalzone senza capelli, non mi ha mai voluto sopportare.

Vivo in questo paese da ventidue anni.

Bella Sicilia dalle notti ferme. Dall’aroma come il vino. Terra di fichi e rosmarino … ma ho viaggiato. Quando Saro mi ha portato siamo andati in molti posti, ci siamo presentati in Francia e puoi giù fino alla Spagna.

Nella cantine del convento di Poblet sono stato benedetto.

Suonavamo un vecchio blues.

Don Aime, monaco distillatore, portava boccette dalle forme più strane e per ogni canzone metteva sotto vetro tre accordi. Per le sere di festa, diceva. Poi sopra, incollava un’etichetta annotando l’ora, la data e il titolo della canzone. Scriveva anche i nomi: quello di Saro e il mio.

Ma un nome io ancora non l’avevo, che in ogni posto dove ero stato mi avevano chiamato in un modo diverso. Figlio, prima poi piccolino, quando volevano decidere chi m’avrebbe preso poi subito scansafatiche, perdigiorno, furfantello e poi ancora vagabondo e ladro. Poi Saro mi portò. Mi chiamava artista. Quella sera al convento venne anche il mio turno di suonare. Presi il piano, la tastiera, e le detti una bella scrollata come si fa con le lenzuola. Poi cominciai da solo.

Accadde in quell’istante che il pollaio, 4 reti, 7ette legni, 10 metri di distanza, si rompesse. E le galline, sentendo la musica, si precipitarono di sotto a vedere cosa fosse quella festa. In breve la cantina ne fu piena.

Coi monaci ubriachi che inseguivano pareva la taverna del porto di Marsiglia durante una rissa. Piume, madonne e polvere volavano in ogni direzione. Pasta di musica, pensai, così chiusi gli occhi e continuai a suonare stendendo le radici fin dentro il legno del pianoforte.

Fu incredibile: il baccano invece d’ aumentare diminuì. Prima si spensero le voci, una per volta, poi lo scricchiolare delle seggiole e lo sciabattare dei sandali e infine il borbottare delle galline. Solo una continuava e così così mi pareva proprio che andasse al tempo con la musica. Quando riaprii gli occhi vidi occhi sbalorditi. Si stringevano tutti intorno al tavolo che stava davanti al pianoforte e fissavano Barbablù, il gallo del pollaio. Roba da non credere: quel gallo stava ballando! Zampettava avanti e indietro fra le bottiglie e i bicchieri e io pensai che da un momento all’altro si sarebbe buttato a bere del licuore, per tanto che era umano. Invece si fermò, aprì le ali, piegò indietro la testa e con gli occhi chiusi gridò il chicchirichì più forte che si fosse mai sentito. Gridai anch’io ridendo come un domatore. Strinsi il turn around e lo riaprii picchiando forte sul terzo dente bianco della scala. La ola dei tasti si levò fino in fondo e schioccò nell’aria come un colpo di frusta. La festa ricominciò più forte di prima. Ballarono tutti e io venni battezzato all’età di ventun’anni con il nome di Barbablues.

Il nome che porto ancora. Il nome di un pollo.

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One thought on “Barbablues

  1. nico ha detto:

    Dalla Sicilia ai monaci distillatori di note musicali in Spagna. E Barbablù, il gallo umano.
    Bello, la fantasia non ti manca di certo.

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